Il faentino Raimondo Ricci Bitti è consigliere della Federazione Europea Tennis
05/07/2026
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Dagli anni d'oro in campo alla dirigenza internazionale: l’ex numero 11 d’Italia traccia un bilancio della crescita del tennis azzurro e analizza il profondo legame con il Tennis Club Faenza, che si appresta a festeggiare il suo centenario.
Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro senza precedenti. Per capire le radici di questo successo e guardare al futuro del movimento, ne parliamo con il faentino Raimondo Ricci Bitti, figura importante del tennis nazionale e internazionale, oggi consigliere della European Tennis Federation, oltre che della FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel). Ricci Bitti, che negli anni Ottanta è stato numero 11 d'Italia, due volte medaglia d'argento alle Universiadi (Bucarest '81 ed Edmonton '83) e campione italiano di doppio misto con la faentina Stefania Cicognani nel 1981, vive oggi lo sport da una duplice prospettiva: quella del dirigente di lungo corso e quella dell'appassionato legato alla sua terra.
La svolta del tennis italiano: serietà e innovazione
«Dal 2000, con l’inizio della presidenza di Angelo Binaghi alla FITP, il mondo dello tennis è stato affrontato con una certezza: serietà, molta ambizione e nessuna paura di fare scelte scomode», spiega Ricci Bitti, analizzando l’evoluzione degli ultimi vent’anni. Secondo il dirigente faentino, il punto di svolta politico e tecnico poggia su due pilastri unici a livello mondiale. Il primo è di natura mediatica e divulgativa: «La scelta di creare una televisione federale (SuperTennis) è un fenomeno unico nello sport globale; non esiste un’altra federazione proprietaria di un canale TV. Aver riportato il tennis in chiaro, rendendolo accessibile a tutti e non solo alle pay-tv, ha avvicinato tantissimi giovani».
Il secondo pilastro è strettamente tecnico e riguarda la rivoluzione nella formazione della classe d’insegnamento. «Un tempo la categoria dei maestri mostrava poca professionalità ed era molto legata alle esperienze personali dei singoli. Oggi il metodo è applicato in modo scientifico. Gli insegnanti sono divisi in quattro livelli, obbligati a seguire corsi e studi per avanzare. Questo approccio più attento ha allargato enormemente la base dei giocatori di buon livello».
Una crescita, quella italiana, che attira l'attenzione anche all'estero. Dalla sede della Federazione Europea a Basilea, Ricci Bitti conferma il cambio di percezione: «Mentre un tempo eravamo considerati lontani dalle grandi federazioni, oggi tutti sono curiosi. Ci chiedono cosa facciamo, quali sono i nostri sistemi e le nostre strutture. Siamo diventati il bersaglio di una marea di richieste da parte di federazioni straniere che vogliono capire il "miracolo" italiano».
Il valore delle accademie e l'evoluzione del gioco
Il successo azzurro passa anche da un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato, in particolare nel settore delle accademie. «La Federazione ha fatto una scelta importante: non creare più centri in proprio, ma sostenere i giocatori che si allenano in accademie private di ottimo livello, quasi sempre gestite da tecnici usciti dalle scuole federali. Questo mix tra i tecnici privati, che lo fanno per professione, e i tecnici federali, che affiancano il lavoro seguendo i giovani atleti, ci viene oggi copiato da molte altre nazioni».
Parlando della competitività globale, Ricci Bitti evidenzia come il divario tra i top player e il resto della classifica si sia assottigliato: «Oggi abbiamo una tale abitudine a confrontarci a livello internazionale che i giocatori fino al numero 200 o 300 del ranking sono ottimi atleti. Ormai le differenze sono irrisorie: basta una giornata non perfetta di un top player perché le distanze si azzerino». Una competitività che ha però finito per penalizzare la specialità del doppio, di cui Ricci Bitti è stato uno specialista: «Il singolare oggi richiede una tale esasperazione fisica che per i primi al mondo non è più possibile giocare entrambe le specialità. Mancando i migliori, l'attenzione di media e pubblico è calata, anche se il doppio resta una specialità spettacolare. Recentemente a Parigi mi sono dilettato a seguire il doppio misto: lì il livello delle donne è cresciuto molto e si vedono partite ancora basate sulla tattica e sull'attacco, rispetto al tennis moderno dove domina la velocità».
Il Tennis Club Faenza verso il Centenario
«Faenza ha la fortuna e il merito di essere una delle pochissime città delle nostre dimensioni ad aver mantenuto un unico grande circolo, segno che non è mai nata l'esigenza di frammentare l'offerta», sottolinea. «Il nostro è un circolo pubblico, popolare, accessibile a tutti e fortemente agonistico. Fin dai miei tempi, ha sempre avuto la capacità di far nascere ottimi elementi che poi, inevitabilmente, una volta raggiunti certi livelli dovevano cercare altre strutture per l'alto livello. Non dobbiamo rammaricarci di questo, anzi è un vanto: l'approccio è sempre stato di grande sportività e vicinanza ai giovani, una linea colta e sostenuta negli anni anche dalle amministrazioni comunali».
Il circolo si appresta a tagliare il traguardo dei cento anni di storia, un anniversario che Ricci Bitti guarda con emozione e orgoglio: «Ultimamente nella nostra zona molti club hanno festeggiato i cento anni, perché quella è stata l'epoca di diffusione dei primi campi in Italia. Arrivare a questo appuntamento con un circolo in salute, vivace e presente nel panorama nazionale è un grande onore. Mi ricordo con precisione che per il 75° anniversario fu pubblicato un bellissimo libro curato dal maestro Lasalle, dietro la spinta di Teo Gaudenzi. Gaudenzi, insieme a Lasalle Errani, è stato il vero gestore di quegli anni d'oro, un'epoca in cui – con un tennis e un rapporto tecnico diversi da oggi – ci si poteva permettere di organizzare manifestazioni di un livello oggi impensabile per un club come il nostro. La volontà di tutti i soci e della città è quella di festeggiare degnamente questa bellissima ricorrenza».